Monteforte.

 

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Il mio lavoro di ricerca  dopo Macchia Strinata si focalizza su un abitato  abbandonato , sito nel territorio comunale di Capracotta  : Monteforte, questo insieme a Macchia appartiene al Comune di Capracotta perché entrambi posseduti dalla famiglia Evoli di Castropignano e facenti parte della stessa curia baronale.

La collina  Colle Parchesciana,  con  il toponimo di Terra Vecchia, dove insistono i resti dell’ abitato ,è posta a sud dei territori di Vastogirardi  ed Agnone.

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Atlante Geografico del Regno di Napoli .Foglio 6 (1810) Rizzi Zannone.

Una prima descrizione in ordine di tempo  di questo territorio viene data dal geografo Al-Idrīsī nella seconda metà del dodicesimo secolo.Nel  descrivere gli itinerari  e  le diverse  località del mondo conosciuto nel suo libro  geografico” Libro del Re Ruggero”  esamina  l’area in oggetto, luogo di confine tra i territori normanni  del Principato di Capua e del Ducato di Puglia . In esso cita Agnone , Monte del Melo (Monte Miglio) e Li Cerri e li  pone  ai piedi del ” gabal  ‘awlad  b.rral ” cioè ai piedi del monte dei figli dei Borrello.  .

In quest’epoca i signori di quest’area sono i Borrello.

Una famiglia comitale di origine franca discendente dai conti di Valva.

I “Burrelli filii”essendo attori  partecipi  nelle  vicende della conquista normanna, inserendosi  abilmente nel gioco politico , in alterne alleanze con i signori longobardi di Benevento e di Salerno  e  più tardi, con i Normanni, riescono  ad  estendere il loro dominio in questa parte dei Molise e del contiguo Abruzzo.

Gualterio  figlio di  Borrello III dona nel febbraio dell 1083   al Monaco Giovanni eremita   la chiesa di San Nicola di Vallesorda “ubi capite Berrino bocatur”. Questo territorio confina con  Monteforte, ed intorno alla pieve  si svilupperà il Casale di Vallesorda presso la “fonte que vocatur Spongia” in  “Monte Capraru”.

 

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Igm  F.153 II NO Agnone.  Colle Parchesciana-Monteforte.

 

 

 

Nel Catalogus Baronum  contemporaneo al Libro di Re Ruggero viene censito il feudo di Monteforte. Il barone signore è Guglielmo de Anglono (filii Burrelli) che lo tiene in suffeudo dal conte Ugone II di Molise .”Tenet de predicto Comite Hugone Castellum judicis,et Monte fortem et Anglonum quod est feudum ViiJ militum et cum augmento obtulit milites XVj et Serventes XVJ.” Tiene come suoi vassalli e curia baronale: Tancredi di Civitella e suo fratello per Civitella, sito ad est di Agnone, Iozzolino di Caccabono per …, Roberto di Macchia  e suo fratello  per Macchia Strinata ( vedi mio post), Gentile Senebaldo per Castelnuovo sito a nord di Civitella, Gualterio barone per Castel Barone sito a Monte Castelbarone, Roberto del Vasto per Vastogirardi,  ed infine Galterio Bodano per Capracotta.

Il fratello Horrisius feudatario di Simone di Sangro (dei Borrello) tiene in feudo , nell’ area agnonense ,  Castiglione Messer Marino,  Belmonte,  Rocca dell’Abate e nella valle sangrina  Fallo, Civitaluparella e Pescasseroli.

Guglielmo tiene in dominio diretto i feudi strategici di primaria  importanza . Il  primo , Agnone, perché  è il  nucleo demico più numeroso e ricco ed è  anche percorso da un braccio tratturale. Il secondo Castel del Giudice perché è cerniera e controllo di due bracci tratturali , di un tratturo e di una via che segue il fiume Sangro ed infine il terzo,  la nostra Monteforte,  perché punto di transito e di controllo tra la valle del Verrino ,da Agnone e la valle della del Trigno (Vastogirardi), strada che conduce  rapidamente al tratturo Celano-Foggia .Nell’alto Medio-evo la migrazione armentizia  subisce forzatamente una sosta, causata dalle continue invasioni, dalla conseguente scarsa sicurezza delle vie, dalla povertà e dallo spopolamento verificatisi nei primi secoli .Con l’avvento dei normanni, nella Puglia liberata dalla occupazione bizantina, rinasce l’attività pastorale .Nel XII secolo la nuova unità territoriale del ” Regnum” permette il  riavvio della transumanza invernale .

 

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didascalia

 

 

Monteforte .

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Veduta zenitale con in rilievo la torre.

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La torre nella parte di sommità del colle.

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Veduta della torre con Monte Cavallerizzo.

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Veduta della torre con Monte Capraro

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Veduta dalla torre verso Vastogirardi ed in fondo i Pizzi.

La parte in primo piano in questa foto, pianeggiante ed  attinente alla torre,è la parte castrale mentre labili tracce di abitato sono visibili nel lato sud del colle.

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Macere attinenti ad unità abitative.

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Sostruzioni e/o mura di terrazzamento.

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IMG_20180402_164909Frammento di  piatto in maiolica con decorazione .

 

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Questo istogramma desunto dal Catalugus Baronum mette in relazione  i valori reddituali espressi in militi  tra i  feudi  dei paesi limitrofi a Monteforte. Quest’ultimo sommato a Castel del Giudice ed Agnone da 8 militi . Il rapporto è  di 1 milite per 24 fuochi o famiglie .Analizzando bene  il valore di quest’abitato dovrebbe essere tra 0,5 ed 1 milite considerando la successiva  estrapolazione dei dati dalle subventio angioine e dalle decime ecclesiastiche del XIV secolo.Valore che corrisponde ad una popolazione tra le 50 e le 100 anime.

Da documenti tratti dall’ Archivio di Montecassino abbiamo notizia che nel 1272 il Comestabulo Roberto di Agnone vende alla chiesa di San Giovanni di Monte Capraro un terreno del territorio di Monteforte chiamato” li Valluni” e che nel 1276  concede due parti delle Vicende dello Spineto sito nella stesso luogo.I documenti sono redatti  nel vicino Casale di  San Nicola  in Vallesorda , che è feudo ecclesiastico della prepositura cassinense di San Pietro Avellana.

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Resti della Chiesa di San Giovanni di Monte Craparo.

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Nella subventio generalis del 1277 la tassazione angioina,  ridotta in grani , mostra un rapporto di grandezza “pro propria facultatis”tra i vari abitati limitrofi  ed il nostro centro.

Monteforte è tassata per 4 once 19 tarì e 4 grani che corrisponde a 2784 grani.

I fuochi  nel 1277 sono  circa 92 fuochi con una popolazione presunta di 400 anime.

subventio 1277

Monteforte risulta  tra quelle con minore gettito fiscale  , tra le meno ricche e le meno  popolose .quindi con meno fuochi.

Analizzando la successiva della 1320  dove la tassazione è ridotta questa volta dal valore monetario al presunto numero dei fuochi.Ricordiamoci che i singoli abitati pagano ognuno a seconda della propria facoltà (ricchezza) e  non necessariamente i più ricchi sono quelli più abitati. Per questo calcolo ci siamo attenuti ,come ipotesi interpretativa a quella del Filangieri  (Territorio e Popolazione nell’ Italia Meridionale -Milano 1980) che ci pare più documentata e plausibile, dove le Università comprese sotto le 50 once di rendita vengono tassate per 30 grana a Fuoco.

Monteforte è tassata per 4 once 24 tarì e 16 grana , in quarantatrè  anni la tassazione è quasi  invariata, e si presume quindi anche il numero della popolazione abitante sia rimasta costante.

 

Subventi 1320

Monteforte possiede 96 fuochi, Capracotta 160, Macchia Strinata 180, Castrum Gerardi  66 , mentre Agnone è la più numerosa con 918 fuochi . Considerando 4,5 persone per nucleo famigliare o fuoco, il nostro abitato possedeva 432 anime mentre Agnone  4131 , vera cittadina in rapida crescita sia in popolazione che in ricchezza.

 

Decime 1328

Nelle decime ecclesiastiche del 1328 i chierici di Monteforte pagano 3 tarì , la tassazione più bassa presente nel grafico . Ciò a  conferma ancora  che l’abitato è tra i meno ricchi sia di rendite che di popolazione.

Altre notizie si hanno dai Notamenta del De Lellis tratte dagli Archivi Angioini perduti. Dalla regestazione si ha che: nel 1309 il milite Corrado di Montagano padre di Francesco acquista da Guglielmo Bodono  Capracotta e Monteforte.Nel 1316 paga l’ adoa “pro tertia parteCastri Capracotta” e pro quarta parte Montis Fortis”Nel 1320 succede al padre come erede Francesco figlio di Corrado e “pro medietate ad ….Castris Montis agani, mediedatis Castri Friseloni, et pro Peslo Lanzani cum Casali s: Blasj sub servitio  unc.unius e tt.15,tertia parte Castri Capracotte,quarta parte Montis fortis ,et Castri Clauius et medietate Castri Montis Luponis tt.28 et gr.5”.Nel 1327 pro feudali servitio “tertia perte Caprecotte sub  adhoa tarì 3, pro 4 ° parte Montis Fortis sub adoha tarì 1.10″Nel 1331 ” tertia parte castri Capracotte sub adhoa tarì 3,quarta parte Montis Fortis  sub adhoa tarì 1 et grana 5″.Compra nello stesso anno  da Costanza consorte di Corrado di Agnone un altro quarto del feudo di Monteforte  “sub Adhoa” di  tarì 1 e grana 5.Nel 1335  muore Francesco e gli succede il figlio primogenito Corrado che paga  l’ adoa tarì 3 gr 10  per metà di Monteforte e  l’ anno successivo paga il relevio “medietatis Castris Montisfortis”insieme al resto della curia baronale once 1 e tarì 15.

Da queste notizie abbiamo una parziale ricostruzione della   successione feudale  per Monteforte.

  • 1272 Roberto d’Agnone
  • Ante 1309 Guglielmo Budone           1/4
  • 1309-1320 Corrado di Monte Agano 1/4        Corrado di Agnone 1/4
  • 1320-1331 Francesco di Monte Agano 1/4     Corrado di Agnone 1/4
  • 1331- 1335 Corrado di Monte Agano     1/2
  • 1417 Antonello d’ Eboli

Se analizziamo il rapporto del valore  ridotti in grani del feudo dell adoa del 1327 con quello limitrofo di Capracotta ed i dati desunti dalla subventio 1277  e della subventio del 1320  del rapporto di “grandezza e ricchezza”   con Capracotta, risulta  mediamente poco meno che doppia  come rendita di servizio che il feudatario deve al Re ed ancor di meno come fuochi.

subventio 1277                           subventio 1320                               Adoa  1331 Capracotta/Monteforte            Capracotta/Monteforte              Capracotta/Monteforte

2082/1013 = 2.05                           4807/2896 = 1,65                       180/100= 1,8

All’ inizio del XIV secolo Monteforte  è un centro abitato di modeste dimensioni e ricchezza .Nella metà del secolo una catastrofica   pandemia  sia in proporzione che in intensità  depaupera il quadro demografico della popolazione europea.La micidiale peste bubbonica,conosciuta come la peste nera,tocca altissime punte di mortalità tra i contagiati ,si stima superiore all’ 80%,ridimensionando la popolazione italiana da 11 milioni del 1300 a 8 milioni del 1350.La peste nera epidemica dal 1348-50 innesta carestie alimentari e infezioni periodiche nei decenni a seguire.Molte Università soprattutto quelle più piccole vengono abbandonate .Il morbo non lascia adito a fortuite incolumità.

Nel 1417 Antonello d’ Eboli si impossessa di Speronasino, Castropignano, castro Monteforte e di Capracotta.

Un secolo dopo , pochi paesi  sono presenti  nella numerazione dei fuochi aragonese  del 1443. I più popolosi   sopravvivono  con un forte calo demografico.

Numerazione dei fuochi 1443

Nell’area in esame 17 paesi  sopravvivono  su 35 elencati . La metà è abbandonata.

Monteforte è disabitata, desertè.

Nell’ elenco della Terre  della prima numerazione dei fuochi aragonese del 1443 trascritta nel liber focorum regni neapolis conservato nella Biblioteca Berio di Genova viene citata “exab. Mons Fortis  erat et est  tar.10” insieme a Mons Millulus,la vicina Monte Miglio.Il libro è uno strumento fiscale predisposto prima del 1456 e dopo il 1449.le cifre del “que erat “sono riferite alla tassazione del 1447  e quelle “que est “del 1449  che  sono coincidenti con la prima numerazione del 1443.In entrambe  tassazioni il valore è di 10 tarì  ; oramai è un  feudo rustico ed il signore è Antonello d’ Evoli. La quale famiglia la possiede per altri due secoli.

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Stemma araldico degli Evoli di Castopignano.

La  nostra survey sui resti dell’ abitato accerta la modesta estensione e piccolezza confermata dalla documentazione rimasta.Si ha l’impressione che sia Monteforte più un incastellamento di controllo  e a funzione militare come Speronasino, che un paese in funzione abitativa come Macchia o Capracotta.

P.S.

Brando ed il dessert

Brando ed il sorbetto  a Monteforte durante il suvey.

 

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Moka la mia dobro.

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Questa chitarra resofonica nasce scherzosamente come scommessa tra me e mio figlio Amedeo , amante della musica country-blues.  Dedicata a Moka, la  sua cagna corsa , fiorentina come la ciotola e la vecchia chitarra in compensato degli anni’70,  trovata in pezzi e rottamata lungo l’Arno.

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Caratteristica di questa famiglia di chitarre è il suono generato da un cono metallico fatto vibrare dal ponticello in acero con inserto in osso  con la punta rivolta verso le corde .

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Nasce negli anni venti del secolo scorso per ovviare alla poca voce dello strumento ,  sopratutto suonato in ” ensemble” con altri strumenti come mandolini e banjo ma sopratutto con i fiati del jazz americano.

Anche dopo l’ amplificazione elettronica nel dopoguerra,  che ovvia alla potenza sonora , rende la chitarra lo strumento”orchestra” della musica occidentale, il timbro peculiare metallico  fa si che questo strumento sia suonato tuttora come standard in generi come il blues, il bluegrass ed il country tradizionale nord americano.

Tradizionalmente è suonata con accordature”aperte” per permettere slides caratteristiche della musica hawaiana utilizzando”bottleneck”(collo di bottiglie segate o cilindri metallici vuoti) infilato in un dito della mano sinistra.

Oggi in molti strumenti in ricordo della musica country-Hawaiana degli anni ’30 vengono intarsiati palme o paesaggi hawaiani.

Nel ricostruire la cassa armonica di questo strumento similmente ho preferito intarsiare sul fondo la figura di Moka.

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Moka con i primi fiocchi di neve.

L’ opera di ristrutturazione , poco ortodossa per la liuteria classica, è cominciata con la sverniciatura del poliestere, allora in voga ,con frammenti di vetro come rasiera.

Dopo aver valutato lo sfaldamento del compensato , ho eliminare il primo strato , fortemente danneggiato e sfogliato,  rimpiallacciando il tutto con piallaccio di mogano . (le fasce ed il fondo).

Dopo aver praticato il foro sul piano armonico per alloggiare la ciotola, ho inserito una barra di mogano tra lo zocchetto di fondo delle fasce ed il manico per irrigidire la struttura soggetta a diversi kg di trazione delle corde. Ho inserito un bordo di  mezzo cm sotto il piano armonico superstite dove successivamente viene avvitata la ciotola. Il foro del  vecchio piano è chiuso ed ai lati ho praticato due fori ad effe per la risonanaza.

La vecchia chitarra non presenta filetti sui bordi . Ho rifilettato sia il fondo che il piano con  noce chiaro ritenendo cosa necessaria soprattutto per fini  strutturali.

Successivamente ho preferito impiallacciare il piano con piallaccio di pioppo chiaro ed invecchiato  effetto “vintage”.

Il manico in mogano non presenta necessità di rettifiche  e dopo aver levigato leggermente i tasti in palissandro per eleminare l’usura dell’utilizzo , ho intarsiato sulla paletta il nome di Moka in madreperla ed infine ho sostituito il capotasto di plastica con uno in osso.

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Ripulite le meccaniche originali ,ho verniciato il tutto con vernice trasparente catalizzata con l’ aerografo.

 

 

 

Sotto i fori ad effe ho inserito una maglia traforata metallica ; ho montato la ciotola e la cordiera ricavata da una schiumarola saccheggiata dalla cucina di mia moglie al pari di un coperchio in alluminio di una pentola,che ho traforato e decorato con griglie matalliche inox per inserirla a copertura del cono.

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Inserite le corde ho montato nel giusto diapason il ponticello .

Pronta!

 

 

 

 

PS.

La madreperla è  ricavata dalle bivalve del lago di Bomba recuperate durante una ” survay” con amici con passioni comuni . “Scatter”  con ceramica appenninica 1200 ac.

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La mia ghironda.

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Pochi strumenti musicali   coprono un arco temporale  così ampio nella cultura musicale europea  dal basso medioevo fino ai nostri giorni.

Uno di questi è la ghironda.Misconosciuta nel nostro Paese, è ora presente in alcune valli piemontesi come strumento etnico.

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Tra le diverse forme per la costruzione ho scelto la chitarra barocca , in auge soprattutto nel XVIII secolo quando lo strumento ebbe la massima popolarità anche grazie alla regina di Francia moglie di Luigi XV . Fu introdotto a corte e divenne  molto in voga tra l’ aristocrazia parigina ed il ceto nobiliare.  Ne è testimone la tavola che  Diderot e D’Alambert  dedicarono  allo strumento  nella loro encyclopedie.

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Laboratorio di liutaio settecentesco, con la ghironda in primo piano con cassa di liuto.

 

 

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Nella tavola  della ghironda : in alto la ghironda a chitarra, il disegno sottostante quella a forma di cassa di liuto ed il terzo mostra lo strumento senza piano armonico con il posizionamento della ruota e del suo asse che caratterizzano lo strumento.

L’ulteriore disegno, in basso, mostra la tastiera con le tangenti  per le corde melodiche.

I pentagramma  mostrano sia le accordature allora in voga con l’ intonazione delle varie corde, sia i  bordoni che le  melodiche , quella laterale  l’ estensione dello strumento.

 

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Il fondo e le fasce sono in noce nazionale ed Il piano armonico in Abete Bianco con foro intagliato.

 

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In ciliegio la cassa decorata per i tasti  , il copriruota  e la cordiera per le melodiche

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Tangenti in faggio, le prime  le diatoniche tinte nere ,  le seconde le cromatiche ricoprete in madreperla.

La lucidatura a gommalacca .IMG_20171210_172458

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Il cavigliere con  i piroli in olivo tinto.

Organologicamente  parlando è un cordofono,  dove la ruota fatta girare ( ecco spiegato l’ etimo  gironda -ghironda) e impeciata, sfrega le corde come l’archetto con il crine per il violino.La presenza di bordoni e la continuità del suono la rende  simile al suono  della cornamusa, però con più armonici.Le corde melodiche vengono tastate da piroli lignei, chiamati saltarelli e quando i tasti, chiamati tangenti,  vengono spinti dentro la cassa ,  come le dita della mano, suonano  le  note sulla corda, con distanze ben precise rendendo temperata la scala dei suoni.

Poichè la rotazione comporta un suono continuo prodotto dalle corde sfregate simultaneamente  , sia quelle di bordone sia quelle  melodiche,  viene immediata  l’ anologia  timbrica con la zampogna e la cornamusa. Anche quest’ultime hanno un suono continuo dato dalla riserva d’aria accumulata nell’ otre  della sacca ed il suono continuo dalle canne di bordone.

Le affinità elettive tra le due classi di strumenti  sono date anche dalla millenaria storia  e le testimonianze sopratutto popolari del loro contemporaneo utilizzo.

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La ghironda inoltre ha una corda da bordone,chiamata troumpette, che con uno speciale meccanismo (chien) provoca  un effetto percussivo caratterizzante,  che è controllato dal suonatore durante l’ esecuzione ed è regolato da un proprio pirolo sulla cordiera.

Al contrario degli aerofoni suddetti , il suono viene arricchito di  armonici propri dei cordofoni e ampliato dalle corde di simpatia presenti sul piano armonico.

 

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Nel basso medioevo lo strumento era relegato in ambito ecclesiastico ed accompagnava i cantori durante i salmi, sopratutto l’ organistrum la versione “basso” dello strumento. Era suonato da due musici. A causa della sua mole, Il primo girava la ruota  facendo la funzione del braccio destro nella ghironda, il secondo tirava le tangenti nel manico suonando le corde melodiche come il braccio sinistro.

Nel timpano del portico della Gloria del  noto Santuario di Santiago di Compostela in Galizia, fu scolpita una delle prime e conosciute attestazioni,dello strumento.

Il santuario, dedicato all’Apostolo Giacomo  nel medioevo era meta ,come lo è attualmente, per i cattolici di uno di cammini di peregrinazione devozionale più frequentati.

 

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Santuario di San Giacomo Matamoros

 

 

 

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Sopra il Salvatore  sono posizionati i due suonatori .

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Organistrum

 

 

Attualmente si considera la ghironda  diretta derivazione dell’ organistrum. Personalmente sono convinto della quasi contemporaneità degli strumenti. Inserendo la ruota in una viella  ( Strumento musicale contemporaneo suonato con un archetto)  nasce la ghironda.( infatti la viella a roue  è il nome  della ghironda in Francia) .  Essa  divenne più maneggevole per il trasporto itinerante e sopratutto di più personale  ed agevole utilizzo.

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Dettaglio dell’ altare reliquario del Monastero de Piedra in Zaragoza. sec.XIV

 

Strumento tenore,  la troviamo raffigurata  in una  miniatura in un salterio inglese della seconda metà del XIII secolo: Il salterio di Rutland  .

 

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Il Re Davide restituisce al mondo l’ armonia  mentre suona l’ organo,gli angeli cantano ed un musico suona una ghironda.

Altro  strumento più piccolo chiamato synphonia , paritempo viene utilizzato sopratutto dai trovatori , i menestrelli e musici per accompagnare canti e danze e chanson de geste.

 

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Miniatura delle Cantigas de Santa María.

 

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Nel rinascimento lo strumento assunse un impiego più popolare e spesso veniva usato da mendici e ciechi assumendo i nomi di viola da orbi e lira mendicorum.

Così  François Rabelais  attento osservatore del suo tempo , nel Gargantua, romanzo satirico e immaginifico, edito nel 1534 scrive  :

“Raduna più gente un suonatore di ghironda all’angolo di una strada di quanto non possa un buon predicatore di Vangelo”  e “Per farli ballare fu affittato un cieco
che suonava per loro con la sua ghironda”.

 

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La parabola dei ciechi .  Jerome Bosh incisione di H. Cock

 

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Trittico  tentazioni di sant’Antonio Hieronymus Bosch Pannello centrale

 

In quest’ epoca storica la ghironda  si arricchì della troumpette, mutuata dalla tromba marina (un’ altro strumento musicale n.d.a.), che tramite di un ponte instabile produsse un ronzio  percussivo. Con questo effetto ritmico la ghironda raggiunse la completa e attuale fisionomia.

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Ghironda seicentesca

 

Questa versione seicentesca dello strumento fu riportata da  Georges de La Tour, pittore caravaggesco , in diversi suoi dipinti.

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Il teologo filosofo -matematico Marin Marsenne  scrisse nel 1636 il libro  Harmonie Universelle che tratta di teoria della musica e di  strumenti dell’ epoca . Descrisse la scheda tecnica precisa e minuziosa  dello strumento.

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“Presentazione XXXVI

tratta la figura,la costruzione,le parti,l’ accordo e l’uso dell’altra Lira, che i ciechi son solito suonare per strada dappertutto ed inoltre l’ altra sinfonia  chiamata dai francesi viella.

Nell’ introduzione  l’autore deplorò la scarsa considerazione in cui era tenuto lo strumento ed aggiunse che se fosse suonato solo da
gentiluomini e non da poveri che con la ghironda si guadagnano da vivere essa non sarebbe così disprezzata.

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Nel XVIII secolo  lo strumento ebbe una nuova fortuna tra le classi sociali più abbienti. Interessati a sonorità più particolari si adattarono le casse armoniche del liuto e della chitarra barocca.L’operazione sembra sia dovuta a Charles Baton: musicista e liutaio e diede ottimi risultati, tanto che ai nostri giorni sono ancora queste le forme più diffuse.

Jean-François Bouin, La Vielleuse habile (1761)

“Ci sono ghironde di due tipi. Uno costruita in corpo di liuto e l’altro in corpo di chitarra. le ghironde in corpo di liuto hanno più armonia e danno più suono. Al contrario, quelle in forma di chitarra hanno meno armonia (risonanza) e danno meno suono; per altro queste hanno loro meriti particolari poiche’ sono più dolci e meno rumorose delle ghironde liuto e sono quindi più adatte alla musica da camera”

Le nuove tecniche costruttive apportate furono la tastiera  che  diventò propriamente cromatica,  disposta in due file, che coprì due ottave complete e l’adozione delle corde risuonanti per simpatia. Quest’ultime resero la sonorità più ricca grazie a quella specie di riverbero che  creano quando suonano le corrispondenti note sfregate dalla ruota.

Nel contempo molti musicisti composero per lo strumento musiche nuove e  sia le esecuzioni e sia l’insegnamento ebbero un impulso notevole che fecero della ghironda  uno strumento  che musicalmente ha caratterizzato l’ epoca barocca.

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ghironda

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Addenda.

Chissà se il Re Davide del salterio abbia scelto la ghironda come strumento per ristabilire l’ armonia mundi a causa del suo suono continuo,ruotante,come il tempo delle stagioni, l’ alternarsi delle ore, del giorno e della notte, la ciclicità degli astri tra cui il sole (mi si passi la visione tolemaica) e  della ruota della sorte o della fortuna …ma questa è un’alta storia!.

                             Beati illi qui in circulum circumeunt, fient enim magnae rotae.

beati

 

 

Siti scomparsi : il caso di Macchia Strinata.

conferenza agnone

 

Desidero ringraziare , il Centro Studi Alto Molise “Luigi Gamberale” nella persona della Presidente Professoressa Ida Cimmino, per l’invito e l’accoglienza a me riservata come relatore nella conferenza  tenutasi  in Agnone presso la Sala consiliare di Palazzo San Francesco,  il  giorno 5 agosto ed i convenuti per la pazienza e l’ attenzione ,  protrattasi per quasi due ore .

Sono fortemente debitore all’ invito  che mi ha  spronato ad approfondire e rinnovare la ricerca su questo sito,  migliorando di molto il mio studio ,  sopratutto nel correggere  e definire il motivo dell’abbandono  ed a progettare una futura pubblicazione su Macchia.

 

 

 

Il racconto di nonna.

 

Piane d’ Archi Ottobre 1943

Nella notte sentii il rombo  famigliare,  basso e monotono , di motori di aereo . Da diversi notti gruppi di bombardieri inglesi provenienti dalla Puglia volavano verso il nord gravidi del loro carico mortale. Nel dormiveglia  un fischio acuto  mi svegliò allarmata ;  dalla finestra non giungevano  bagliori di fuochi o rumori d’ esplosioni  ma solo il ripetuto abbaiare di coppie di cani . Tutto sembrava calmo e tranquillo.  Risistemai  in meglio le coperte  del lettino dove dormiva  tua madre  e ripresi rapidamente sonno.

La mattina tutto il paese era in trepida agitazione. Riuniti in piazza  un gruppo di uomini discutevano tra di loro  gesticolando ed indicando un punto verso il fiume . Subito mi avvicinai . Nella notte una signora che aveva una  relazione adulterina, volutamente , aveva lasciato accesa una lampada , senza oscurare la finestra , come tacito segnale per l’ amante.  Al pilota dell’aereo sarà sembrato chissà quale pericoloso  nemico e perciò decise di lanciare una bomba verso quella luce. Fortunosamente cadde senza esplodere.

Un fatto così nuovo ed inusuale spinse tutti noi presenti ,  ad andare a vedere  il luogo dell’impatto.  La curiosità si impadronì degli animi di quasi tutti i paesani. Bambini, adulti  e persino persone anziane iniziarono  a recarsi sul luogo . Sembrava la processione della festività padronale senza santi ne preti. Finalmente giungemmo , la bomba era conficcata al centro della buca , intatta.

Eravamo, decine di persone,  tutti assorte a guardare in silenzio,  ferme sull’ orlo del cratere, immobili . Dopo alcuni minuti , un giovane conosciuto da tutti come un  semplice, deriso da tutti ,mancante di qualche venerdì , gridò forte l’inutilità e la stupidità del nostro gesto. Stancamente il gruppo si riavviò verso il paese . Giunti nella prossimità delle prime case , dopo poche centinaia di metri, udimmo uno spaventoso boato. Ci fu una pioggia di sassi e terra ; qualcuno cadde, pochi si ferirono ed in modo superficiale .

Solo allora con sgomento ci accorgemmo dell’ accaduto e del pericolo scampato.

Se attualmente ti racconto questo ,nipote mio,io e la tua esistenza, i tuoi amici ed il nostro paese  , lo dobbiamo a quel buon folle che ci avvertì allora.

Nonna Angiolina di Amedeo.

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Cane corso…canos fortes ad succursum…

brando

Nel post di benvenuto a Brando (il patatone qui sopra ) ho definito il corso vero cane sannita, pensando all’aspetto geografico dell’area di origine ed anche all’indole simile ed affine  a quel popolo italico ,  rude, infaticabile e combattente che  a Porta Collina fa  tremare Roma e Silla . Con grande sorpresa, durante una mia ricerca storica tra i registri angioini, in uno studio del Minieri Riccio trovo una regestazione di un documento in cui Carlo I° Angiò  ordina ad un’intera regione e a tutta l’amministrazione statuale, di collaborare ed essere d’aiuto ad un suo nunzio  alla ricerca di dodici cani “corsi”.

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saggio minieri riccio

L’area geografica è quella dell’attuale Molise e sopratutto la  Valle del Fortore l’ area di confine con la Capitanata, il nord della Puglia.(il mio Brando  è di San Giuliano del Sannio). Cosa notevole siamo nel giugno del 1271 , il Re ordina la ” requisitionem” di dodici cani forti  detti da presa ” ad succursum” (viene da pensare intuitivamente che  il termine corso  derivi  da questo e non da altro) ed esperti nella caccia. Ma chi è il Re?

bibbia angioina Carlo I

Bibbia D’Angiò 1340.

Carlo d’Angiò  è il re di Napoli e  di Sicilia,signore di Corfù e dell’Acaia in oriente, dell’Angiò , del Maine e della Provenza in Francia . E’il  capo dei guelfi ;  con il titolo di vicario imperiale è  signore  dei comuni della lega  Toscana, con quello di senatore signore  della città eterna e “signore sulle città di Lombardia che si nominano partito della Chiesa”. In poche parole di quasi tutta la Penisola.

Catturaangioini

Giovanni da Nantolio è un milite e familiare del re , un nobile, ( uno di quei signori disegnati  a lato della coppia regale  sopra  nella Bibbia Angioina), che con l’aiuto dei castellani (chi presiede ai castelli), dei Baiuli (ambito fiscale e giudiziario) dei giudici e dei Baroni (signori dei feudi) ha l’ordine di requisire per il re  questi cani atti alla caccia ma sopratutto all’aiuto ,  al servizio , che danno  alle  “massariae”, le grandi aziende agricole di proprietà regia . I magistri massararium  , accuratamente scelti e vigilati, dirigono queste fattorie modello, dove la coltura del frumento e l’allevamento del bestiame sono condotti intensivamente allo scopo alimentare, oltre al fabbisogno della casa reale, anche alla vendita ed all’esportazione . Carlo  dai possedimenti in Africa importa pecore ed arieti per migliorare con l’incrocio i propri greggi e  si riserva  l’allevamento bovino quasi esclusivamente in queste fattorie . Facendo  il  punto,è notevole la presenza di questa razza e  il suo valore altrettanto la sua ricerca come” affare di stato” da parte dell’ elitè dominante già nel 13°secolo. Il fine sicuramente è  l’ allevamento e  il selezionamento dei migliori attraverso questi 12 cani  nell’area d’ origine, ben precisa e puntuale , del cane corso ,nella Contea del Molise e nell’area di confine con la Capitanata .Perciò  questo documento è di notevole valenza  sia per la datazione alta ,sia per la locazione e per l’importanza che viene data a questa razza, già ben definita , per le sue qualità intrinseche  che ancora oggidì ne fanno  un valore aggiunto non indifferente.

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P.S:

Bau! ti ricordiamo che nella porta del castel nuovo  di Napoli , nell’arco di trionfo di un’altro Re fondatore della dinastia aragonese Alfonso I° ,  siamo lì scolpiti . Siamo cani regali…noi.maschio angioino.PNG1

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Saluti

Brando e Moka.

Perano in the storm 18 nov.’43.

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L’anno 1943 è stato l’annus horribilis  della nostra storia nazionale e gli ammonimenti che derivano da quelle lontane vicende non hanno perso d’attualità.Già nella primavera il sistema politico-militare,  che ha  mal gestito i due anni di guerra, è palesemente giunto al capolinea.Gran parte della popolazione italiana è convinta (come lo stesso Mussolini) dell’inutilità del prosieguo del conflitto ed il bisogno di una via di uscita.A maggio  la resa in Tunisia ,  che conclude  la Campagna del Nord Africa, la resa affrettata di Pantelleria e sopratutto, l’invasione alleata in luglio della Sicilia catalizzano  la caduta del Regime con il colpo di stato del 25 luglio.La” notte del Gran Consiglio” non è che il prodromo dell’armistizio, con il tentativo dei principali esponenti del regime e della corona di buttarlo a mare  e salvare il salvabile.Sconcerta l’ analogia  (corsi e ricorsi di vichiana memoria) con il rapido  crollo politico-militare nel 1860 del Regno di Napoli.In fine l’8 settembre è il giorno dell’armistizio con la firma della resa incondizionata agli Alleati a Cassibile. Il famigerato e famoso messaggio radio diramato quel giorno alle forze armate,significa attendere passivamente la prevedibile iniziativa degli ex alleati tedeschi con le nefaste conseguenze; significa combattere una guerra già persa in partenza. Il Re e  Badoglio sacrificano  volutamente  l’Esercito regio  con l’illusione di non dover pagare un prezzo e di poter concludere l’armistizio all’insaputa dei Tedeschi e di sorprenderli. La tragedia di Cefalonia ne è l’emblema (Che ci faceva una divisione pressoché intera, mantenuta per troppo tempo su un’isola così’piccola,senza possibilità di evacuazione rapida ?).Sinistro esempio  che gli ex alleati lanciano a monito per altre eventuali defezioni che avrebbe avvicinato gli alleati ai confini del Reich. La wehrmacht occupa il centro nord italiano mettendo in opera il piano Achse (asse) neutralizzando le forze armate italiane e catturando centinaia di migliaia  di soldati poi internati in Germania come lavoratori coatti  e requisendo armi , equipaggiamenti,basi logistiche ed  areoporti. L’Italia  si trasforma per circa venti mesi in un campo di battaglia tra le forze tedesche solidamente schierate a difesa su linee fortificate successive e le truppe alleate sbarcate a Salerno il giorno dopo l’ armistizio.Il 12 settembre  Mussolini è liberato con un raid  a Campo Imperatore dai paracadutisti tedeschi  e tradotto in Germania.Si costituisce sotto l’egida nazista la Repubblica Sociale del Nord  dando inizio ad una  dolorosa guerra civile  che  lascia ferite morali non ancora cicatrizzate del tutto.Penso che è stato impossibile uscirne peggio dalla guerra , solo un merito va a chi ha deciso così: aver evitato  gli eccidi della popolazione civile  e le distruzioni  delle nostre belle città  avendo così salvaguardato i nostri tesori d’arte e di cultura lasciando a noi, posteri, di poterne godere e  fruire. Pensate Roma come Berlino,Venezia come Dresda o Firenze come Norimberga.Come saremmo più poveri !

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la linea Viktor e Barbara sono progettate per sostenere un’ azione di retroguardia di breve periodo,in vista del rafforzamento della linea Bernhard. Sorta prima come una linea ritardatrice in seguito agli eventi bellici si trasforma e si rafforza fino a divenire il più importante nel sistema difensivo tedesco.Durante l’inverno 43-44 caduti i bastioni avanzati  è approfondita con la linea Gustav (Garigliano-Cassino-Alfedena-Stazione di Palena-Maiella-Guardiagrele-Orsogna-Ortona).Sul versante tirrenico il prosieguo è la linea Hitler o Senger.L’intero complesso Hitler-Gustav viene indicato semplicemente dagli alleati Linea Winter (linea invernale tedesca).

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Vallata del Sangro ad est di Paglieta.

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Valla del Sangro Loc.San Silvestro di Montemarcone. Lanciano  sotto bombardamento aereo.

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Valle del Sangro .Loc.San Silvestro Montemarcone veduta verso est,dove attualmente insiste la zona industriale di Atessa.

Il 14 novembre,sotto il comando di Montgomery,la divisione neozelandese  si appresta a prendere posizione nel settore di competenza sulla winter line.Atessa il giorno prima era stata abbandonata dai tedeschi (2° Battaglione/79°Reggimento Panzergrenadier)ed i “Gurkha” della 1/5 Royal Gurkha Rifles  la occupano,dopo gli aspri combattimenti dei giorni prima,spingendosi ben oltre il paese senza aver contatto con il nemico.La strada per la valle del Sangro è  libera.Il nemico detiene ancora una testa di ponte a sud del fiume , la linea Tornareccio -Archi-Perano.  La divisione si prepara ad avanzare. A copertura delle forze della 2a  neozelandese la 19a Brigata  di fanteria indiana viene spiegata a nord-ovest nelle campagne con  l’ordine di attaccare il nemico.Il giorno 15 inizia l’avanzata della 19a Brigata indiana con il supporto corazzato della “New Zealand Armoured Regiment” avendo sulla destra il “3/8 Punjab ” e sulla sinistra il “6/3 Royal Frontier Force Rifles”.Rallentati nella marcia dal maltempo  il “Punjab” si porta verso Monte Marcone ,San Luca,La Torretta per poi piegare direttamente su Perano ad  est.Il “Frontier Force” cattura San Marco , senza incontrare resistenza , nella notte del 16/17.Nel pomeriggio del 18 i fanti del “punjab” ed i tank della 19 Armoured Regiment attaccano Perano dalla contrada Giarrocco.(Start Line)

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Torretta San Luca  novembre ’43

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Gli attaccanti  sottovalutano il dispositivo difensivo credendolo poco munito e senza difesa anti tank.Divisa in quattro gruppi con i carri in avanscoperta  e la fanteria appiedata a seguire,tentano una manovra  a tenaglia.Proceduti da uno sbarramento d’artiglieria (20 minuti di cortina fumogena e poi un ora di alto esplosivo), su Perano per neutralizzare i nemici , alle 15,30 inizia l’attacco con 14 carri Shermann. Due gruppi si dirigono ad ovest, dirigendosi verso il Pianello direttamente su Perano  ed i restanti  due gruppi verso nord nella sella tra Colle Sentinella e Colle Comune fino ad intercettare la strada Sangritana, l’attuale provinciale,  a Piano La Fara per poi dirigersi  verso  la Stazione di Perano.Il piano semplicemente prevede un attacco simultaneo da nord e da sud-est.Ben presto Perano si rivela  difesa con grande determinazione  e risorse diventando un obbiettivo arduo ad espugnare.I difensori iniziano un tiro d’interdizione con i mortai verso gli attaccanti. I due gruppi Tank a nord,uno passante a fianco della strada  e l’altra  sulla bassa collina di Colle Sentinella che guarda la strada, non appena escono dalla protezione del colle vengono fatte oggetto da un duro attacco  di cannoni anticarro probabilmente dal bivio per Perano. Quattro carri vengono posti fuori uso,con sette morti e  cinque feriti tra i carristi e perdite  più pesanti tra gli indiani.L’ attacco da nord è sospeso,abbandonato.Per i Neozelandesi è il battesimo del fuoco,il primo ingaggio nella campagna italiana.L’ attacco da sud va meglio,il maggior ostacolo è il terreno,fangoso e tortuoso. I carri superano un burrone, guadano il Pianello e si inerpicano sulla collina  ostacolati da fuochi di mitragliatrici e di mortai.Quattro carri riescono ad entrare a sud del Paese, in contemporanea 2 carri entrano da nord avendo preso una direttrice più a nord.Sono le 16,40 l’attacco si conclude.Nella mezzora successiva  la fanteria indiana consolida la cattura .Perano è liberata! Gli uomini della  16 Panzer Division si ritirano  verso Piane D’Archi aspettando il passaggio delle proprie truppe  con i mezzi  Tank,cannoni e cacciacarri che stanno evacuando  la testa di ponte a sud del Sangro. Alle 18  minano , facendolo esplodere,  il  principale e strategico ponte stradale-ferroviario  di Piane  D’Archi sul Sangro. Alle 21,15 salta in aria” il Palazzo” ad Archi insieme ad altri edifici minati dai genieri tedeschi che  abbandonano il paese.Il mattino successivo  gli alleati entrano in  Tornareccio priva di nemici  ma piena di trappole e  di mine .

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Ponte minato di Piane d’Archi  2 gennaio’44

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avanposto di osservazione in loc. Torretta  novembre ’43.

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Archi novembre 43 con il castello ancora integro.

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Archi 2 gennaio ’44 .Resti del castello minato con la torre e la facciata superstite.

Prata anno 1416 …

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La torretta.

Prologo.

Ricordo… un pranzo in un ristorante,  su questo lago,  io  con i pantaloncini corti , ascoltare  rapito e sognante , due  persone , a me care, oriunde  casolane,   il racconto fantastico su questo luogo  con  rinvenimenti di  tesori, briganti,  delitti e misteri.

Incipit.

Posta lungo il fiume Aventino su un ripido colle la torre sembra avere un punto di osservazione di primaria importanza ,  sia di controllo,   sia di  difesa  per la parte alta della valle. Costruita per  avvisare  la maglia fortificata dei paesi dell’alto Aventino  da eventuali attacchi da parte di gente nemica,sentinella vigile  dove l’ orografia del luogo incassa l’alveo del fiume,  in una stretta forra ,  tra  tre  rilievi collinari , obbligando  il transito viario della valle sottostante a subirne il dominio e la presenza.

 

 

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IGM F° 147 II NO Rilievo fotogrammetico del 1956.Rilevato prima della costruzione dell’invaso artificiale di  Sant’Angelo.

 

Nella realtà,  in epoca alto medievale ,  insiste sul rilievo,non una semplice torre di guardia ma un nucleo abitato ,un paese di nome  Prata, il toponimo ,ancora presente, indica il dorso collinare a sud-ovest ai piedi  della Torretta.

Una fonte  scritta  monastica,  il memoratorium dell’ Abate Bertario di Montecassino , redatto prima dell’ 833 , anno della morte violenta dell’abate e la  distruzione dell’abbazia per mano saracena, conserva la memoria dei vasti possedimenti  e  beni  siti nella fascia pedemontana della Maiella,questi soggetti  a Monteacassino tramite la prepositura di San Liberatore  a Maiella. Nell’elenco  dei  vari abitati  di pertinenza  c’è il nostro” Castellum de Prata” .Il documento è di primaria importanza per la corografia del luogo in epoca carolingia ,esso attesta la presenza di una rete  di nuclei abitati di sommità ,fortificati già in questo periodo ,epoca in cui le curtes  e gli abitati sparsi dominano la  geografia del  nostro paesaggio.Questo precoce incastellamento è interpretato  come la reazione della gente Longobarda quì stanziata al confronto politico militare protrattosi per circa un secolo con i Bizantini impiantati lungo la costa, nei sistemi difensivi , i Kàstron. ( Crecchio,Ortona,San Giovanni in Venere e Vasto).Nel documento oltre a Prata viene nominata la chiesa di Santa Croce di Laroma con 1500 moggia di terreno ed il possesso di metà del castrum di Casoli,  l’ abitato di Gessopalena, di Civitella e  la valle di San Martino “cum omnibus pertinentiis eorum”.

Nell’anno 1112 una bolla apostolica di Pasquale II assegna all’Abate Uberto del monastero di San Martino in Valle  di Fara le chiese  di Santa Maria de lo Casale e la chiesa di San Pietro “Apud Pr..a” (Prata).Sembra che durante il periodo seguente il nostro abitato resti in possesso dei monaci di Montecassino se  accettiamo per buono il diploma  di riconferma dell’imperatore  Lotario III dell’autunno  1137  dato  in Aquino. Tra i beni feudali  confermati al monastero   il castello di Prata e di Civitella.( tra i vari beni risulta anche  la chiesa di San Giovanni in Venere che all’epoca è  un monastero indipendente con vastissime rendite e mai soggetta a Montecassino.)

 

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visione a 360° dalla torre di Prata.1 Civitella.2 Laroma.3  Casoli.4 Valle di San Martino. 5 Gessopalena.

Il nostro territorio in quel tempo, da poco e  non ancora del tutto , assoggettata al dominio Normanno diviene terra di confine e di scontri armati .Nel libro che il geografo arabo  El Idrisi del 1154  compila per il  re Ruggero  II di Sicilia a supporto e lettura di un grande planisfero argenteo, l’area abruzzese per errore viene disegnata in un  piccolo  spazio,quasi inesistente. Nella descrizione dei luoghi  e delle relative distanze l’ autore  invece è puntuale  e minuzioso:”da Civitaluparella al  Castello di Prata diciotto miglia,dal Castello di Prata a quello di Pretoro,castello di bella costruzione alle falde del Monte Maiella  diciotto miglia”.L’autore  di sicuro attinge  le notizie da itinerari di natura e uso  militare antecedente  la conquista del regno.( si tenga conto che le distanze sono calcolate in ordine alla  giornata o frazione di essa che un cavallo in media possa percorrere. )

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Area rossa  la regione abruzzese.

Notizie certe ed importanti  per Prata vengono fornite  dal Catalogus Baronum che è redatto nello stesso periodo del “libro di Ruggero”.Alla costituzione del Regno di Sicilia,  il Re fa redigere dalla duana baronum   un inventario con censimento  dei feudatari e dei beni posseduti da essi e in base  alla ricchezza l’omaggio feudale da mobilitare,  in caso di necessità , per la corona.  Sin tratta quindi di uno strumento che rafforza la stabilità ed il controllo sopratutto nelle parti da poco acquisite  e/o periferiche delle forze baronali.

Agli storici  da notizie  sull’identità dei baroni ,sul toponimo dei luoghi e sopratutto sulla consistenza demica del feudo. Prata è infeudatata dal Conte Beomondo di Manoppello ai figli di Maynerio di Palena ed è tassata di 2 militi e quattro servienti  che corrisponde  ad una tassazione di 48 fuochi o famiglie.Dato 5 come componente media famigliare il nostro abitato doveva essere composto all’incirca di 240 anime.Sorprende l’omogeneità  e consistenza demica della  maggior parte degli  abitati contigui  a Prata ( 2 militi Casoli,Laroma, Caprafico,Altino,Palombaro e Torricella)mentre alcuni come Civitella, Grele,Castello d’Ugni e Roccascalegna sono tassate per  1 milite.Questi dati possono essere presi come parametri d’importanza tra i centri ed il loro reciproco “Rango”.

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Se osserviamo la carta delle pendenze   notiamo  che a sud della torre c’è una fascia di terreno con una pendenza in percentuale molto bassa adatta  all’ impianto  del tessuto urbano dell’abitato dove in ambito archeologico dovrebbe insistervi i resti.

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Ortofoto 2012                              Area rossa : abitato.

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Nel rilievo feudale del 1279 angioino ,Prata  e Civitella ciascuno per la metà  è tenuto da Andrea di Prata.

Notizie più dettagliate sono nelle cedole di tassazione della generalis subventio del 1320.Sono i ruoli trascritti in registri che danno per ogni terra del Regno  in relazione  (non in proporzione”juxta facultate suas”) ai fuochi la tassazione espressa in valori monetali.La nostra Prata è tassata per once 10 tarì 16 e grana 4 che corrisponde a  210 fuochi ed a una popolazione di circa 945 anime (dando 4,5 il fattore famigliare).Esaminando i dati sorprendentemente si pone dopo Lama e Palena ,veri e propri centri  demici della valle con circa 2000 anime, Prata  ha una popolazione quasi  doppia di Casoli.

Nelle decime ecclesiastiche  papali del 1324-1325 vengono elencate le titolazioni delle chiese presenti nel suo territorio: la chiesa di S.Maria de Casale,la chiesa di San Pietro,queste due  già sottoposte ai benedettini di Fara,la chiesa di San Nicola  per le quali i chierici pagano 4 ,5 tarì , mentre” non  solvit” per la chiesa di Santa Vittoria, di San Silvestro, di San Giorgio e di Santa Maria.Un’ altra chiesa titolata  San Gregorio “inter Pratum et lo Gissum” e l’Hospitalis S: Johannis de Prato pagano alla mensa vescovile di Chieti il reddito di una libra di cera a testa .Per  l’ anno 1323  i clerici di Prata  assolvono al pagamento delle decime alla mensa versando VII tarì .Gli ospedali sono istituzioni religiose, ” domus ospitalis”spesso appartenenti ad un monastero o ad una parrocchia e vivono  di redditi prodotti da lasciti di cittadini e di elemosine. La funzione principale è  di ospitare i pellegrini .All’epoca esistevano  tre tipologie di ospedali: gli “xenodochii” per i forestieri, i “ptochi” per i poveri, e quelli per gli infermi, cioè poveri che avevano malattie o menomazioni non curabili (ciechi, storpi, ecc.). Spesso però due o tutte e tre le funzioni sono presenti presso lo stesso ospedale.E’ importante la presenza dell’ ospedale di San Giovanni  in quanto  ci  indica la frequentazione in loco  di pellegrini legati al culto di San Nicola Greco.

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Napoleone Orsini maritali domini Conte di Manoppello nel 1338 recupera manu militi ,di notte,  le spoglie del  Santo  in una  “ecclesia silvestris” di Prata e le trasferisce nella chiesa di San Francesco a Guardigrele. Operazione  politica  con una notevole risonanza pubblica  e religiosa  per il popolo guardiense e della contea, atta ad accrescere il favore ed il consenso al nuovo ,ma straniero,conte romano.Il suo nome  sarà legato a quelle del venerato santo ed alla costruzione  del sarcofago- altare  meta di pellegrinaggi.Venerazione accentuata  dalla concessione  d’indulgenza di 40 giorni ai fedeli che si recano presso le spoglie del santo nel 1343 promulgata dal vescovo francescano di Bagnoregio,(il Vicario del Conte durante il trafugamento  è  Nicola da Bagnorea !Strana coincidenza!   ) e dall’indulgenza del  vescovo di Valva di altri 40 giorni,zio materno della moglie del Conte :Francesco de Sangro.La Guardiagrele angioina è in forte espansione e crescita cittadina. Nella tassazione della generalis subventio  del 1321  insieme ai casali a lei soggetta è tassata per 36 once,18 tarì e 17 grani corripondenti a 732 fuochi ed a circa 3294 anime,vera città per il suo tempo.

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Tratto dal libro di Lucio Taraborrelli -In terra nostra Guardiagrelis – 2015 Pescara.

 

La comunità di Prata  è impotente e disarmata contro Napoleone Orsini conte di Manoppello,barone di Guardiagrele e logoteta del Regno di Sicilia.Nel 1347 il Conte ospita a  Guardiagrele Luigi d’Angiò Re d’Ungheria  pretendente al trono  di Napoli contro la fuggiasca Regina Giovanna I.L’operazione politica-religiosa del Conte è pienamente riuscita se ancora oggi la venerazione del santo è molto sentita in Guardiagrele.

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Tratto dal sito della Fondazione San Nicola Greco.

L’ esplosione pandemica dell’infezione causata dal bacillo delle peste nel 1348,i violenti terremoti e le carestie alimentari causati dal cambiamento climatico, sinergicamente connesse, causano  una terribile contrazione demografica con il relativo abbandono  di molti abitati nella maggior parte d’Europa , fenomeno noto come Wustungen.Nei decenni a seguire  spariscono intere comunità; solo nella Valle del Sangro se ne censiscono oltre 50.Nella valle dell’ Aventino : Pescorutico ,  Pizzi superiore ,  Pizzi Inferiore, La Portella, Castel Cecum e  Castrum Joannis Alberici.

E’ una cesura storica,paragonabile  solo al II conflitto mondiale.Ci vorranno alcuni secoli per tornare alla consistenza demica del primo XIV secolo.L’Abruzzo angioino conta nel 1268  720 “Terre”, nel 1505 nella numerazione dei fuochi vicereale 267.

Ma il nostro paese , Prata , depauperata sopravvive anche se per poco…

Nel 1417 Antonio Viti di Guardiagrele,signore di metà  del feudo , è condonato dal pagamento della metà delle tasse di Prata  perchè distutta.

Antonio Viti de Guardia in Aprutio Citra, remissio medietatis collectae Casalis sui Pratae in pertinentiis Vallis Aventinae in Aprutio quia fuit combustum per magnificum Comitem de Carraria cum  societate gentis armigerae Iacobucci Caldole ,et per Lordinum militem, qui tunc erat  magnus Comestabulus Regni Siciliae et nunc est destitutum ab incolis. Sub anno 1417.

( Studi storici sui fascicoli Angioini dell’Archivio della regia Zecca di Napoli di Camillo Minieri Riccio – Napoli 1863 Pag.50)

Prata è  incendiata ,distrutta e senza abitanti a causa della guerra tra le condotte del Conte di Carrara signore di Ascoli,le condotte di Giacomo Caldora,e le milizie del Gran connestabile Lordino di Saligny.   Il francese è mandato dal Re Giacomo di Borbone,a reprimere le rivolte scoppiate  in Abruzzo, trovando una forte resistenza da parte dell’indomita  città dell’Aquila e  non riuscendo a prenderla  si sposta a Teramo.Nel frattempo a Napoli la Regina Giovanna II esautorata  dal marito , isolata e tenuta  a Castel Nuovo sotto guardia , riesce con l’aiuto  dei baroni napoletani  oppositori del Borbone,a riacquistare il potere costringendo il Re- marito a rifuggiarsi a Castel dell’Ovo.”Il francese avuto poi le male novelle di Giacomo,affrettò il ritorno a Napoli,ma abbandonato da molti baroni, restò con poca gente;evitò per la via le terre grosse,saccheggiò  le piccole e poco difese  . In nota  “Fra le altre mise a sacco La Roma presso Lanciano Reg.Ang.n.374, f .51 t “(Storia della Regina Giovanna II d’ Angiò N.F.Faraglia  1904 Lanciano pag.71).Il Gran conestabile prosegue l’avvicinamento a Napoli  entrando  in Capitanata dove è vinto e fatto prigioniero.”E solo memorie di ladronecci lasciò costui chè,dove non ebbe agio di rubar egli,fece rubare dai suoi locotenenti”

Epilogo

Nell’autunno del 1416 Prata e la vicina Laroma  vengono date al sacco incendiate e distrutte.Anche loro entrano “manu militi”  nel novero dei paesi abbandonati.

 

 

Il passante distratto dei nostri tempi,dallo guardo fuggevole e frettoloso non immagina che ” la vetta della torre antica” sia stata testimone  muta di questa  umanità scomparsa. .

 

 

P.S.

Gli oriundi  casolani:  zio Nicola Porreca  e nonno Amedeo Giosa.

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Un manoscritto del Monastero di Santo Stefano in Lucania di Tornareccio.

Resta del cenobio benedettino solo il  toponimo di Santo Stefano nell’area del paese di Tornareccio,verso Torricchio, poco distante  dalla Chiesa del Carmine.Non sono presenti resti che ne attestano la precisa ubicazione,ma solo la testimonianza ottocentesca della presenza di un muro a scarpa e di una torre circolare con il detrito archeologico sparso al suolo.

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Ortofoto  Tornareccio 2012.In rosso Tornareccio medievale.Area gialla area probabile del monastero.

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I.G.M.Fl.147 ,II S.E.(Atessa). Area di Santo Stefano.La Chiesa del Carmine è rappresentata dal triangolo con la croce a quota 639.

 

 

La documentazione storica di questa comunità ha inizio all’inizio del IX secolo quando viene data in possesso ai benedettini di Santa Maria di Farfa in Sabina,abbazia di fondazione imperiale Franca  situata nella marca spoletina.I nuovi signori del territorio teatino  concedono vasti possedimenti  e numerose chiese soprattutto tra il Sangro ed il Sinello  affinché  controllino il territorio e la popolazione in questa area di confine.Politica proseguita e rafforzata successivamente , alcune decine di anni dopo,  con la fondazione ad opera dell’imperatore carolingio di  un nuovo monastero: San Clemente a Casauria .(leggi il post De Perano).

In una biblioteca tedesca, a Karlsruhe nel Baden-Wurttembwerg, un manoscritto miscellaneo,  con testi di varia natura per uso didattico,  testimonia la “franchizzazione” dell’area chietina all’inizio del IX secolo ed il ruolo di primissimo piano che il nostro monastero svolge.

Le seguenti informazioni sul manoscritto sono tratte da uno studio pubblicato nel 2014 sul Bollettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo dal Professor Carlo Tedeschi, docente di Paleografia latina presso l’Università “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara.

pergamena 1

ms. Aug.Perg. 229

Il manoscritto proveniente dalla biblioteca del monastero imperiale di Reichenau presso Costanza, è scritto nell’821 come attesta lo stesso scriba.In una nota annalistica dell’anno 802 descrive la distruzione della Teate longobarda (l’odierna Chieti)  e di altri luoghi per opera dei Franchi del Ducato di Spoleto,e di quatto anni più tardi la distruzione della “vucitana urbem” nel territorio chietino.La contestualizzazione di questo centro ci porta molto probabilmente all’odierna Punta Penna presso Vasto, la Penna Lucem sveva,la romana Buca,l’italica Histonium.(L’ubicazione non trova concordi i storici moderni)

pergamena

“XI Kal. Octubris III feria indictio XIII,anni

Domini DCCCII epacta XIIII, urbs

Teatina a Franci combusta est.In

eo  anno et caetera castella grema-

ta sunt igni.III idus julii II feria in-

dictione XIIII anni Domini DCCCVI epacta

XXVIII,Vucitana urvem a Franci

disrupta est et ibidem multi interfecti

sunt “.

Un richiamo diretto alla conquista franca  in questa zona abruzzese viene giustificato da un particolare interesse a conservare l’anno il mese ed il giorno in cui viene distrutta la “Vucitana  urvem” da parte di una comunità monastica locale per la quale viene realizzato il manoscritto.Nella zona in esame il nostro monastero senz’altro è il più rilevante .

Otto anni dopo la relizzazione del manoscritto,nell’829, il Monastero di Santo Stefano Protomatire in Lucania viene aggregato dagli imperatori carolingi all’Abbazia imperiale di Farfa in Sabina.Nel dipoloma imperiale della donazione  del nostro Monastero Ludovico il Pio e Lotario I dispongono l’ assegnazione a Farfa di un “monasteriolum quod est situm in finibus Teatinae sive Vocitanae,in loco cuius vocabulum est Lucana,quod est constructum in honore sancti Stephani protomartyris” ed una chiesa “Sancti Petri in Buci”.Il monastero diviene prepositura ed è dotata di vasti possedimenti tra il Sangro ed il Sinello comprendenti  curtes,  chiese e terreni.La nuova conquista territoriale viene amministrata dai monaci farfensi tramite la prepositura di Santo Stefano.Diventa un caposaldo di controllo dell’area di confine contro i riottosi principati longobardi autonomi ed i carolingi manifestano grande attenzione soprattutto nel primo periodo. A sottolineare questo rapporto diretto del nostro cenobio con il cuore dell’impero è lo stesso manoscritto che approda a Reichenau in Alamannia l’ anno dopo la sua realizzazione nell’822.(Si noti che l’ultimo imperatore legittimo carolingio Carlo III il Grosso è  qui  sepolto nell’888).Tuttavia, dopo la seconda metà del IX secolo, la fondazione da parte dell’ imperatore del Monastero di San Clemente a Casauria e l’aquisizione di San Liberatore a Maiella da parte dei monaci di Montecassino pongono fine all’egemonia di Farfa nella nostra area:Tale  area  non è affatto marginale,ma al contrario a causa della posizione strategica di confine ,di limes, di marca, rimane per diversi secoli centro vitale e nevralgico. Certamente a causa  della sua larga dotazione si ritiene centro di un’ampia terra fiscale longobarda.

chronicon

 

 

diplo

cf

Chronicon farfense I p193 inerente la dotazione  dell’829

Cronicon

Chronicon farfense I p194

Tra le chiese in suo possesso molte diverranno futuri monasteri, San Pancrazio in Roccascalegna,San Martino in Valle a Fara  San Martino,  San Giovanni in Venere a Fossacesia, San Marco in Guilmi,San Mauro in Bomba e Sant’Angelo in Salavento sul Treste.Il Monastero di Santo Stefano in Roane  presso l’odierna Vasto è un monastero già  esistente alla dotazione e già posseduta nel VII secolo da Santa Sofia di Benevento.Delle curtes in primis Atessa poi concambiata nel XI secolo con Atto conte  teatino,Monte San Silvestro,San Comizio di Archi (vedi il mio post),Castel Giannazzo, Pollutri ecc.Chiese ad Ortona, Caldari, Miglianico e Vasto.Nella bolla di Ottone III dell’ anno 998 (Regesto di Farfa III,325 p 136)  a Farfa viene confermato Santo Stefano con 47 curtes.

L’alba del nuovo millennio vede l’incastellamento del borgo sorto nelle vicinanze del monastero.In un luogo più arroccato e difendibile,  inter amnis,  sorge Tornareccio a servizio ed a protezione di Santo Stefano;come Quadri per Santa Maria dello Spineto o Lettopalena per Santa Maria in Monteplanizio.

 

Nel XII secolo in epoca normanna dei vasti possedimenti dopo usurpazioni da parte di signori laici accompagnata da un rapido declino resta ben poco dei possessi,alcune curtes nel pescarese e poche terre nel territorio.Nel Catalogus Baronum del 1166 “Prepositus Sancti Stephani de Atipsa  tenet in tete Faram et Farezolam et Tornarezam quod est pheudum duorom militum et cum augmento obtulit milites iiij et servientes Viiij” Doveva prestare in totale due militi e quattro servienti che raddoppiati diventano quattro militi ed otto servienti.I due militi corrispondono ad una tassazione di  48 fuochi e/o famiglie che dato  5 come fattore famigliare per nucleo dà una popolazione di 240 anime.Si confronti con il servizio feudale di San Giovanni in Venere nello stesso catalogo (nel mio post su Perano) per notare l’ abissale differenza tra i due cenobi. In poco più di 150 anni delle 47 curtes ne restano solo tre diventate vici (Villaggi) soggette all’abbazia.Il  Vescovo Nicolò di Chieti a cui appartiene  l’abbazia nella seconda metà del XIII secolo  e precisamente nel 1266 accorpa Santo Stefano in Lucana ai cistercensi di San Vito prope Trineum presso l’odierna San Salvo.Agli inizi del XIV secolo,in un’epoca di forte sviluppo economico e demografico,  le malversazioni dei signori laici e delle comunità  soggette  continuano accendendo liti  giuridiche  con l’intervento diretto del Re  angioino   e  dei suoi giustizieri a difesa dei monaci. A metà secolo l’abbazia inizia a decadere ed intorno al 1450 la comunità monastica non è più residente e viene commendata  ad alti prelati .Ritornando al monastero di Tornareccio, nella sacra visita del 1593 del Vescovo di Chieti  il cappellano interrogato  risponde”Fuora(da Tornareccio) ci è il beneficio di S.Stefano,quale sta scoperto et senza porte, et senza altare,et senza immagine, et si possiede dall’abate di S.Salvo,et frutta più di 400 scudi”. Nel catasto onciario di Tornareccio del 1743 il monastero possedeva ancora dei terreni per un valore di 128 once .Nel 1818 con il concordato San Vito perde la giurisdizione su Santo Stefano ritornando alla podestà del vescovo di Chieti e.nulla resta dell’abbazia se non i miseri resti di una torre e di un muro a scarpa.

Addenda.

Tratto dal libro “Le Campane di Atessa” p.155 Testo di Adele Cicchitti.

     In Atessa

ditadidascaliass

Opus Nicolay de Guardia Grelis.

Madonna

Il dipinto firmato da Nicola da Guardiagrele è presente nella Galleria degli Uffizi di Firenze nelle stanze dedicate al gotico internazionale. La rivista “L’illustazione Abruzzese” ne rivendicò la scoperta, dedicandogli un articolo nel n°2 del 1905. Nello stesso anno un antiquario fiorentino comprò l’opera per un prezzo esiguo e la inviò alla Mostra d’Arte Antica che si teneva a Chieti. L’anno successivo, dopo la riemersione dall’oblio , il quadro venne rivenduto al museo fiorentino per una cifra altissima per i tempi. Restò nei depositi del museo fino al 1994, quando a seguito dell’attentato dinamitardo di via dei Georgofili, si dovette procedere ad  un riordino dell’esposizione museale.

Il soggetto iconografico rappresentato è la Madonna dell’umiltà, cara agli ordini mendicanti. La Vergine appare seduta a terra su un cuscino, col bambino Gesù in grembo. La rappresentazione della madre e del figlio accovacciati  si contrappone alla tipica posa  assunta dalle Maestà assise in trono. Il ruolo della chiesa è simboleggiato dalla figura della Madonna, che si mostra umile nei gesti, seppure non negli ornamenti, mostrando una certa affinità  con la sensibilità dei nuovi ordini monastici e delle classi cittadine emergenti in cui l’opera trova un destinatario ideale: la nascente borghesia mercantile. .

La tavola con cornice inchiodata e scanalata reca la scritta graffita dell’autore: ”Opus Nicolay de Guardia Grelis”

firma

L’autore è il noto orafo ed incisore  Nicola da Guardiagrele. Furono apprezzatissime dai contemporanei le di lui croci processionali, gli  ostensori, i busti-reliquari (Il San Giustino teatino trafugato), i paliotti d’ altare e un’ opera fatta in collaborazione con il  proprio maestro Paolo Romano, che si trovava niente di meno sull’altare della cappella papale distrutta nel 1527 nel sacco di Roma dai lanzichenecchi protestanti.

L’ artista visse all’inizio del XV secolo. Il dipinto è riconducibile al suo primo periodo artistico caratterizzato da una forte dipendenza dal gotico internazionale, come dimostrano altre sue opere: l’ostensorio di Francavilla al Mare del 1413 e quello di Atessa del 1418.

La madonna nel dipinto, coperta da un manto azzurro ricamato su un tessuto broccato con fiori d’ oro e foglie blu, siede su un cuscino marrone con ricami dorati. Nell’incavo delle ginocchia tiene il Bambino addormentato mentre  solleva con entrambe le mani un velo trasparente che lo ricopre. Un tappeto rosso decorato da fiori d’ acanto dorati, steso ai suoi piedi, e un fondo dorato tracciano una linea ideale che divide simmetricamente il quadro. La figura del Bambino, tra terra e cielo, padre e figlio al contempo, fungendo da cerniera di questa direttrice richiama l’attenzione dello spettatore. Due angeli eterei infine, dello stesso colore del cielo, stringono nel cingere  la Madonna ,una corona aurea.

Questo dipinto si presta ad un’analisi molto suggestiva: la posizione del Gesù dormiente, disteso e  con gli occhi chiusi, è più consona ad una Pietà. L’accavallarsi delle gambe incrociate è una chiara allusione al destino ineluttabile della Croce. La simbologia del velo allude al sudario trovato nel sepolcro vuoto (il Mandylion o sindone). La Madre dal volto pensoso e divinatorio ,che conosce già tutto, non compie il gesto  di svelare ,ma l’atto contrario, quello stesso compiuto dalla Veronica sulla via del Calvario, ovvero di coprire e asciugare il volto grondante del Cristo. In questa  intima, placida ed aurea tranquillità domestica è in nuce la tempesta della Passio Cristi  tormentata,violenta e pubblica  che di li a poco si compierà per la nostra salvezza.

P.S:

madonna1

“Vergine madre, figlia del tuo Figlio,
Umile ed alta più che creatura,
Termine fisso d’eterno consiglio. 

Tu se’ colei che l’umana natura
Nobilitasti sì, che il suo Fattore
Non disdegnò di farsi sua fattura. 

Nel ventre tuo si raccese l’amore
Per lo cui caldo nell’eterna pace
Così è germinato questo fiore. 

(Dante, Paradiso, XXXIII)